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venerdì 2 gennaio 2015

Appunti sulla leggenda della vera Croce, Salomone e la Regina di Saba


La storia deve essere conosciuta da coloro che si occupano di miti e scienze tradizionali, per sapere quanto ci si scosta dalla realtà comunemente intesa e quando si supera la soglia di quanto è “ordinario”.

La devozione verso la Croce è cosa nota, come sono note le molteplici reliquie ad essa legate. La devozione spesso è alimentata da miti e leggende ed in questi vengono inseriti più o meno consciamente dei riferimenti che potremmo definire “occulti”.  Questi riferimenti sono il “filo rosso” da seguire per ritrovare storie dimenticate o disperse in vari frammenti e celate nei luoghi più diversi. Non a caso una vecchia massima iniziatica recita: “riunire ciò che è sparso”, ad indicare il dovere di colui che si avvicina a certi argomenti di peregrinare e cercare senza sosta la semplice unità della conoscenza.

Probabilmente la più completa descrizione della leggenda della vera Croce la troviamo nell’opera di Jacopo da Varagine: Leggenda Aurea.

La parte di maggior interesse per questi appunti della “Leggenda” è l’inizio che riportiamo:

“Si dice che in questo giorno la santa croce sia stata ritrovata duecento anni e più dopo la resurrezione di nostro Signore. Si legge nel vangelo di Nicodemo che un giorno che Adamo era malato, il figlio Seth si recò sino alle porte del Paradiso a chiedere l’olio del legno della misericordia con cui ungere il corpo del padre e restituirgli la salute. Gli apparve l’arcangelo Michele e gli disse: <<Non piangere per ottenere l’olio del legno della misericordia perché in nessun modo potrai averlo fino a che non saranno compiuti cinquemila anni>>; cioè, all’incirca, il tempo che intercorre da Adamo alla passione di Cristo.

Si legge altrove che l’arcangelo dette a Seth un ramoscello da piantare sul molte Libano. In un’altra storia pure apocrifa leggiamo che questo ramoscello era dell’albero che aveva fatto peccare Adamo e che l’arcangelo disse a Seth: <<Tuo padre guarirà quando questo ramo farà i suoi frutti>>. Quando Seth tornò a casa trovò il padre morto e pianto il ramoscello sulla sua tomba: ben presto il ramo divenne un albero che viveva ancora ai tempi di Salomone. Si lascia al giudizio di ogni lettore decidere se queste vicende siano vere o false dal momento che non si trovano in nessuna storia autentica.

Salomone, colpito dalla bellezza di questo albero, comandò di abbatterlo e di trovargli un posto nella costruzione del tempio.

Ci narra Giovanni Beleth che per quest’albero non si poteva, in alcun modo, trovare un posto adatto ed ora pareva troppo lungo ed ora pareva troppo corto: infatti se gli operai ne tagliavano un pezzo per dargli la giusta misura ecco che diveniva troppo corto; alla fine gli operai persero la pazienza e lo gettarono su di un lago perché servisse da ponte.

Quando la regina di Saba si recò ad ascoltare le sapienti parole di Salomone ebbe ad attraversare il detto lago: ed ecco che vide in ispirito come su quel legno dovesse essere sospeso il Salvatore del mondo onde non volle passarvi sopra ma devotamente si prostrò ad adorarlo.

Si legge invece nella storia scolastica che la regina di Saba vide nel tempio di predetto legno e che, tornata nella sua dimora, scrisse a Salomone che su quel legno doveva essere sospeso uno per la cui morte avrebbe avuto fine il regno dei giudei. Allora Salomone fece togliere quel legno dal in cui si trovava e ordinò che fosse seppellito nelle viscere della terra: più tardi, là dove l’albero era stato sotterrato, venne costruita la piscina probatica; onde non era solo la discesa dell’angelo, ma la virtù del prezioso legno, a turbar l’acqua e a guarire gli infermi.

Si dice che all’avvicinarsi della passione di Cristo il legno emerse dalle profondità della terra: i giudei che lo videro ne fecero una croce per nostro Signore. Afferma la tradizione che la croce di Cristo sia stata composta con quattro specie di legno. La palma, il cipresso, l’olivo e il cedro formano le quattro parti di cui la croce è costituita, ossia il tronco orizzontale, il tronco verticale, la tavoletta posta sulla sommità della croce, il tronco di base; o, secondo Gregorio di Tours, la tavoletta posta sotto i piedi di Cristo.”

Al di là delle evidenti contraddizioni contenute in parte di questa leggenda è importate notare come ci siano dei rimandi forti ad altre tradizioni e leggende.

E’ Seth e non Caino a recarsi alle porte del Paradiso. Seth, importante per i tre monoteismi è anche secondo varie tradizioni colui che raccolse il sapere segreto di Adamo che in seguito confluì nella cabala. Non potrebbe essere diversamente in quanto gli unici sopravvissuti al diluvio furono i figli dei figli di Seth attraverso Noè. Seth è figura di rilievo nella gnosi, nelle chiese orientali e di lui si parla nel libro “Libro dei Giubilei” considerato canonico dalla sola chiesa Copta.

Un’altra domanda che ci si dovrebbe porre e perché fu Michele a parlare a Seth. “Tradizionalmente” l’arcangelo che dovrebbe svolgere la funzione di guaritore è Raffaele.

In questa versione della leggenda viene dato a Seth un ramo (in altre versioni dei semi), un ramo che potrebbe essere stato preso direttamente dall’albero della conoscenza del bene e del male e non da quello della vita. Non solo una volta arrivato sulla terra quest’albero deve subire tutta una serie di processi, che potremmo paragonare a delle purificazioni o “prove”.

Nella leggenda compare una figura troppo spesso dimenticata: la regina di Saba. Questa regina descritta in alcune opere “storiche” o romanzate è di importanza vitale quando si va alla ricerca di regni mitici o alla sua relazione con re Salomone e Hiram. Si proprio Hiram il Maestro Architetto dei massoni. Ora giocando con la fantasia, non sarebbe possibile ipotizzare che gli operai che gettarono il tronco non siano stati gli stessi che lo hanno ucciso? Nella leggenda alla sensibilità (solo artistica) di Salomone si contrappone quella della regina di Saba, ed è lei che riceve la conoscenza dello scopo di quel “legno”.

Un caso che sul luogo di sepoltura del “legno” fosse stata costruita la piscina probatica? Quella che serviva per purificare gli agnelli prima del sacrificio?

Le ipotesi e le suggestioni potrebbero essere molte e potremmo continuare a lungo rimando dopo rimando e domanda dopo domanda…

… ma citando una nota canzone: “…manca solo un verso a quella poesia, puoi finirla tu.”

Gioia – Salute – Prosperità

© Michele Leone
immagine presa dalla rete

domenica 16 marzo 2014

Nota su Moabon o dell'ambizione

Moabon o dell’ Ambizione bozza 1.0


Chi è Moabon? Perché l’ambizione? In fondo forse ad un primo sguardo tra ignoranza, fanatismo ed ambizione quest’ultima sembra il meno grave dei tre “peccati” o assassini del Maestro Hiram. Ma ne siamo proprio sicuri? Se all’ambizione sostituiamo, la superbia o l’invidia il gioco è fatto ed ecco che riprende la sua giusta collocazione. Tornando all’ambizione, di per se a differenza delle prime due non è a priori un concetto negativo, anzi persona dovrebbe ambire a migliorarsi, perfezionarsi e ricevere un aumento di conoscenza. La negatività dell’ambizione nasce, quando, questa viene spinta oltre i confini del giusto riconoscimento delle proprie qualità. Il superamento di questi confini, per restare nel sacro recinto dei sacri templi, induce al passaggio dalla vita iniziatica alla contro iniziazione. E non è un caso che se i primi due compagni feriscono solo il Maestro, è Moabon che lo uccide. Moabon diventa il controiniziato, che senza più scrupoli porta a compimento la sua opera, opera che può essere votata al vizio e non alla virtù. In questa luce lo strumento usato per l’assassinio assume maggiore importanza e la testa sede del pensiero (accecato in Moabon) diventa lo specchio in cui l’omicida e la vittima si riflettono l’un l’altro.
L’ambizione, “fa rima” con un altro principio ermetico, ovvero, la trasgressione. Ogni iniziato prima o poi per aumentare la propria conoscenza dovrà trasgredire, ma dovrà farlo nel pieno possesso delle sue capacità e con la piena consapevolezza di quanto compie, altrimenti, come nel caso dell’invidia inizierà a percorrere un sentiero diverso da quello dell’edificazione di templi alla virtù.
Ignoranza, Fanatismo ed Ambizione, che in diversi riti  assumono una quantità di nomi che in questa sede è impossibile riproporre, sono gli assassini di Hiram, se per combattere i primi due possono essere chiari sia gli strumenti che le metodologie, per combattere la terza cosa fare? Quali strumenti adoperare?
La risposta non è semplice, e probabilmente non è neanche oggettiva, ma una è la strada dei Maestri, ovvero, camminare indifferentemente sul bianco e sul nero compiendo ogni momento delle scelte.

Michele Leone



sabato 11 maggio 2013

Una particolare leggenda su Salomone, Balkis e Adonhiram PARTE V ed ultima


Nove maestri si posero, a tale effetto, in viaggio. Dopo diciassette giorni d'indagini, tre di essi ristettero, stanchi pel lungo cammino, nel luogo ove era stato seppellito Adonhiram, e, prendendo in mano il ramo d'acacia, lo strapparono dal suolo; onde pensarono che quella terra fosse stata smossa di fresco. I nove maestri si misero a scavare la terra; e un di loro sclamò: - Gli uccisori di Adonhiram furono per avventura compagni che volevano conoscere la parola di maestro, e dall'incorruttibile Adonhiram non poterono saperla; onde gli tolsero la vita. Cangiamo pertanto la parola di maestro; - e fu subito convenuto che la prima parola pronunciata scorgendo il cadavere, diverrebbe la parola d'ordine. Scopersero infatti il cadavere, e nell'atto di sollevarlo, l'epidermide staccava si dal corpo; sicché uno dei maestri esclamò: MACBENAHT (la carne si stacca dall'osso), e questa parola divenne la parola sacra, il grido dei vendicatori di Adonhiram.  L'assenza dei tre compagni, e gli strumenti del delitto, non aveva lasciato alcun dubbio sovra gli uccisori di Adonhiram, di cui il più vecchio, come il più colpevole, fu appellato Abibate (assassino del padre). Salomone, riunendo ancora i maestri, trasse a sorte nove di essi perché si recassero sulle tracce degli omicida. Il capo della spedizione fu Joaber. I nove maestri giunti a ventisette miglia da Gerusalemme, dalla parte di Joppa, presso una caverna chiamata Ben Acar, e collocata vicino al mare, scorsero gli uccisori e li inseguirono. Due di essi, fuggendo, si gettarono nei paduli, e vi perirono; e il terzo, in quella di essere raggiunto da Joaber, si diede la morte. I nove maestri ritornarono in Gerusalemme colle teste dei tre omicida, che presentarono a Solimano, il quale, a ricompensarli, diede loro il grado di eletti, e per segno di riconoscimento una sciarpa nera scendente dalla spalla sinistra al fianco destro con appesovi pugnale dall'aurea impugnatura. E' furono incaricati dell' ispezione generale de' lavori, e spesso raccolti in luogo segreto dal re per dar conto delle proprie azioni e porgere giudizio sovra qualche operaio colpevole.

 Ma gli uomini periscono, e i loro concetti, consegnati alla carta, alla tela od al marmo, non periscono. l lavoratori scompaiono, il lavoro resta; muoiono i combattenti. ma il frutto della vittoria matura a giusto tempo, e le generazioni vi attingono succhio rigeneratore. Nell'universale rapina delle cose e delle esistenze, la vita prosegue immortale il suo corso. Adonhiram non era più; e il delitto aveva profanate le soglie del tempio; ma l'opera era sorta, testimonio degli sforzi lunganimi di migliaia d'uomini, e marmorea pagina in cui migliaia di vite avevano scritto un ricordo. Non quietava Salomone; le passioni lo divoravano; e non pertanto s'accingeva, a compiere il mistico mandato, collocando in luogo recondito le leggi segrete di Mosè, e la scritta contenente il nome del grande Artefice dell'universo, quale era apparso a Mosè sul monte Orebbe, nel mezzo di un triangolo di fuoco; nome che l'universale ignorava, e che era pronunciato dal sacerdote una sol volta all'anno, perché  l'udissero solo i pochi che stavano intorno a lui, e non il popolo, a cui era imposto fare incondito rumore onde alle sue orecchie non pervenisse. Salomone aveva fatto costruire segretamente, nel sotterraneo più nascosto del tempio, una volta alla cui costruzione avevano atteso soltanto i maestri, e nel mezzo della quale egli aveva collocato un piedestallo triangolare, nomandolo il piedestallo della scienza. Si scendeva in questa volta mercè una scala di ventiquattro gradini distribuiti per 3, 5, 7 e 9. Però non sapendo quel che fosse accaduto del triangolo di Hiram lo fece rintracciare dai maestri; e tre di essi, guardando nel pozzo nell' ora del mezzogiorno, lo videro scintillare, e lo ricuperarono, portandolo a Salomone che vedendolo esclamò: Eloin (grazie a Dio). Accompagnato allora da quindici eletti e dai nove maestri che avevano costrutta la volta sacra, discese nel sotterraneo, e collocò il triangolo sul piedestallo della scienza, e lo coperse con agata tagliata in forma quadrangolare, sulla quale fece incidere, superiormente il nome di consueto usato ad esprimere Iddio, inferiormente le parole segrete della legge divina, e lateralmente le combinazioni cubiche delle parole sacre; onde ebbe nome di pietra cubica. Dinnanzi al tripode fece collocare tre lampade con nove fiamme, ciascuna ardente di luce perpetua. In appresso Salomone prescrisse di nuovo agli eletti l'antica legge, che vietava di pronunciare il vero nome del grande Artefice dell'universo; impose loro giuramento di segreto; e fece impiombare la porta della volta di cui solo i ventisette eletti e i loro successori conobbero l'esistenza; i quali dopo la morte di Salomone continuarono a governarsi secondo le leggi d'Adonhiram e vegliarono alla conservazione del tempio.
G. DE CASTRO

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