Visualizzazione post con etichetta bestiario. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta bestiario. Mostra tutti i post

domenica 12 aprile 2015

Cenno su Haṁsa

Haṁsa: “cigno”; il cigno, quale simbolo di Brahamā, che cova l’Uovo del Mondo; il Cigno quale simbolo dell’ ātman, ovvero dell’Anima universale. Lo haṁsa è <<il suono della natura di mantra>>, mantra che riunisce due aspetti: la presa di consapevolezza dell’essere individuato […] e la consapevolezza dell’Essere assoluto […] che caratterizzano il ciclo vitale ed esistenziale di ogni ente, ovvero l’emergenza della forma e la sua soluzione nell’essenza. […] Come aggettivo haṁsa è un titolo attribuito a yogin di alto rango. Il termine haṁsa indica anche il varṇa primordiale che esisteva nel kṛtayuga e che conteneva in principio e allo stato indifferenziato i quattro varṇa successivi.[1]
Più avanti approfondiremo il discorso sulla simbologia degli uccelli e sul loro linguaggio. Questa nota, quasi di servizio, per una brevissima considerazione sul come al di la di lievi differenze, il significato e la spiegazione della parola Haṁsa possa sembrar essere tratta da un tomo di alchimia medievale. Riunire quanto è sparso è uno dei doveri più improbi ed entusiasmanti che esistano. Quello che agli inizi sembra un caotico insieme di puzzle di miglia di pezzi lanciati alla rinfusa su un tavolo con il passare del tempo da un lato sembra ordinarsi e creare un mosaico dall’altro diviene sempre più confuso. E’ nella pace e nel silenzio, che si inizia ad intravedere il filo che tutto lega. Vi è pure l’istante dell’illuminazione che come folgore giunge ma, i pochi che la ricevono difficilmente possono comunicarla. Allora una è la via, quella della pazienza e del lavoro, lavoro che porta ad imbastire e disfare la tela innumerevoli volte, alle guisa di novelle Penelope. La filosofia, che è anche alchimia, alla fine deve giungere alla nigredo. La stessa parola deve morire per lasciare spazio a quella unica e sincronica vibrazione che è il respiro del “mondo”, due ed uno allo stesso tempo.
Gioia – Salute – Prosperità
©Michele Leone
Immagini prese dalla rete





[1] Glossario Sanscrito, Roma 2011

domenica 1 febbraio 2015

nota sulla fenice e osiride


La fenice o uccello di Bennu (deriva dal verbo wbn che sta per risplendere) è probabilmente il più conosciuto uccello mitologico e sotto diversi nomi compare in culture assai diverse tra loro. La fenice era l’uccello sacro della citta di Eliopoli.

“A sua volta una leggenda eliopolitana narrava che era nata dalle fiamme di un particolare albero all’interno del tempio, intonando soavemente un canto talmente bello da affascinare lo stesso Ra. La sua comparsa fu accompagnata da un grido creatore che in un testo dei sarcofagi era detto <<soffio della vita che proveniva dalla gola di Bennu>> e contemporaneamente, in una vertiginosa sovrapposizione simbolica, dal dio solare Ra il quale si definiva: <<Io sono colui che chiude e colui che apre e io non sono che Uno nel Nu. Io sono Ra alla prima apparizione governando ciò che ha fatto>>.                                        Il misterioso uccello divenne anche Osiride, il cui culto s’impose a partire dalla fine del III millennio. Nel libro dei Morti il dio dice, identificandosi con lo stesso Ra: <<La parola fu. Tutte le cose erano mie quando ero solo. Io ero Ra in tutte le sue prime manifestazioni. […] Io sono  questo grande Bennu che è in On [Eliopoli]. Io presiedo all’inventario di ciò che è e di ciò che sarà. Chi è questo? Il Bennu è Osiride in On. L’inventario di ciò che è e di ciò che sarà è il suo corpo, è l’Eternità e la perpetuità. L’Eternità è il giorno e la Perpetuità la notte>>. Era dunque la Parola creatrice, ma anche colui che scandiva il tempo in giorno e notte, in anni e in cicli: non a caso il tempio di Eliopoli era il centro regolatore del calendario.                                                                    Osiride era il dio che moriva e rinasceva, così cantato dal Libro dei Morti: <<Io sono il Grande figlio del Grande, la Fiamma figlia della Fiamma, la cui testa gli è restituita dopo che è stata tagliata […] io sorgo fuori dell’Uovo che è nella terra dei misteri>>. E in un altro passo dei testi dei sarcofagi: <<Io vengo dall’isola del fuoco […] come quell’uccello che riempì il mondo di quello che il mondo non sapeva>>.”[1]

Potremmo chiudere con il passo appena citato ed i suoi numerosi riferimenti interni la ricerca sul significato della fenice. Forse proprio in Egitto nasce quella lingua degli uccelli che poi ritroveremo richiamata nel medioevo con la parola gergo, con la vibrazione delle pietre nella edificazione delle cattedrali e così via fino a Fulcanelli. La ri-generazione della fenice è il fine ultimo della Grande Opera è il ritorno dell’artista che si rigenera dopo aver giustamente operato. Osiride è richiamato, inevitabilmente, in molte tradizioni e scuole iniziatiche e se non è esplicito il riferimento lo è implicito, come inevitabile è la morte che deve subire l’iniziando, inevitabile la rinascita dell’Iniziato. Nella semplicità degli antichi testi, che non parlavano solo all’intelligenza ed al pensiero razionale la grandezza dei misteri. Il richiamo alla parola, la parola prima che non può non essere creatrice perché essa e parola e non termine, perché essa ha nella sua essenza e natura la potenza (il potere di poter fare e quindi creare). La parola fu è scritto, probabilmente una parola assai diversa da come la intendiamo oggi giorno, una parola che probabilmente era più simile ad un suono, che probabilmente era più simile ad una vibrazione fatta di diverse frequenze in grado di modularsi in modi diversi e molteplici a seconda di quanto era manifesto e di quanto era celato, parola attributo Ra. E di Osiride, Horo (Arpocrate) è dio del Silenzio emblematicamente raffigurato imberbe e con il dito indice sulle labbra. La parola strozzata, l’impossibilità di dire e l’ancestrale ricordo (che al tempo stesso è promessa e presagio di quanto avverrà) alla gola taglia di Osiride nel segno gutturale dell’Apprendista Accettato in Massoneria, su questo non ci dilungheremo in questa sede in quanto altrove molti, troppi, hanno già detto bene o male.

Gioia – Salute – Prosperità

© Michele Leone

Immagine presa dal bestiario di Aberdeen Folio 56r

Se ne consiglia la lettura. Qui il link: http://www.abdn.ac.uk/bestiary/

Questa nota è estratta da: Michele Leone, Misteri Antichi e Moderni, Indagine sulle società segrete, di prossima pubblicazione per i tipi della casa editrice Yume.
 
 


[1] Alfredo Cattabiani, Volario. Simboli, miti e misteri degli esseri alati: uccelli, insetti, creature fantastiche, Milano 2000, pp. 515-516

sabato 31 agosto 2013

Del Pellicano


Il pellicano è presente nella maggior parte dei bestiari medievali ed è uno degli animali designati per eccellenza a raffigurare il Cristo.
In questo dipinto è raffigurato nell' atto di strapparsi pezzi di carne dal fianco per nutrire i suoi piccoli.
Vediamo cosa dice il Fisiologo sul pellicano e quello che è scritto in altri testi, in modo da poter comprendere sia quante possibili interpretazioni potesse avere un unico segno-simbolo sia per dimostrare quanto abituata ad uno sforzo del genere fosse la mentalità dei medievali dotti e non.


" Il Fisiologo ha detto del pellicano che ama moltissimo i figli: quando ha generato i piccoli, questi, non appena sono un po cresciuti, colpiscono il volto dei genitori; i genitori allora li picchiano e li uccidono. In seguito però ne provano compassione, e per tre giorni piangono i figli che hanno ucciso. Il terzo giorno, la madre si percuote il fianco e il suo sangue effondendosi sui corpi morti dei piccoli li risuscita.

Così anche il Signore ha detto nel libro di Isaia: << Ho generato ed allevato dei figli, ma essi mi hanno respinto >> [ Is., 1.2 ]. Ci ha generato l' Artefice di tutte le creature, e noi l' abbiamo percosso; e come l' abbiamo percosso? Abbiamo venerato la creature invece del Creatore. E' salito sulle altezze della croce il Salvatore nostro e dal suo fianco aperto sono sgorgati il sangue e l' acqua per la salvezza e la vita eterna... "[1].

Questo è quanto ci dice il Fisiologo del
pellicano ora vedremo altre interpretazioni su questo animale, che resta emblema del Salvatore.

Mentre il Fisiologo non ci dice niente sulla natura fisica del pellicano,  Philippe de Thaun[2] nel suo Bestiaire ci dice che è una gru e che si trova in Egitto. Ne esistono due specie la prima acquatica e si nutre di pesci, la seconda vive sulle isole e si nutre di lucertole e creature immonde; aggiungendo che entrambe le specie sono di natura malvagia.[3] De Thaun prosegue raccontando del come e del perché il padre[4] uccida i piccoli e poi spiega moralmente il significato del suo racconto. L' unica differenza di rilievo con il Fisiologo è il
seguente passo: " Ora udirete secondo autorità/ cosa significa questo,/ perché l' uccellino/ becca l' occhio al padre/ e il padre é afflitto/ quando li uccide in quel modo:/ chi nega la verità/ vuole trafiggere l' occhio di Dio,/ e Dio di tali Uomini / si vendicherà./ Tenetelo a mente,/ questo è il significato."[5]

Prima di commentare questo passo e di confrontarlo con quello che dice, Fisiologo vediamo cosa dicono altri autori e poi tireremo le somme del discorso, per aprire una piccola parentesi sul simbolismo cristologico del pellicano al di là dei contenuti dei Bestiari.

Gervaise[6] nel suo Bestiaire si attiene sostanzialmente al fisiologo non aggiungendo
nessuna novità o commento di rilievo.

Nel Libro della natura degli animali[7] c'è un interessante commento morale: " Questo pulicano si è simigliato al nostro criatore. Che quando lo nostro signore creoe lo pimaio homo indel paradyso delitiano e dèlli compagnia sì come elle le domandò, inmantitenti si levò incontra e passoe lo commandamento di colui che l' aveva criato, per consiglio del dimonio che llo ingannò per lo falso consiglio che lli disse, che s' elli mengiasse di quello pomo, ch' elli sapperebbe tanto quello che ll' avea criato; e elli li divenne tutto lo contrario, sì como Dio li disse quando li fe' lo commandamento, ch' elli non sarebbe may morto né infirmato né vergognato né avuto freddo né caldo né fame, né sete né lanciato; e tutto questo li avenne, e poi moritte e andò al limbo dell' inferno con quanti ne naqueno dipo llui, infine al tempo che venne pietade al gentile criatore che vedea che erano stati morti li suoi filioli più di cinquemila anni, e amando lo suo dolce filiolo lo quale è tutta una cosa co lui, che isparse lo suo dolcissimo sangue, co lo quale sangue unse e risuscitoe tutti quelli che erano stati suoi filili, che denno essere di fine alla fine del mondo. E intendesse per li filioli di Dio tutti quelli che fanno e aviano fatto la sua voluntade, e quelli che non fanno e non faciano la voluntade de Dio non sonno soi filioli, né Dio li suscita né non suscitoe: E di che morte li suscitoe Dio? della perpetuale; ch' elli non era homo che tanto fusse stato buono ch' elli non fusse stato morto in inferno, se non fuosse lo spargimento del sangue del nostro segnor e padre Jesu Cristo "[8]

 Il Bestiario moralizzato[9] ed il Bestiario di Cambridge[10] non ci portano nessuna nuova notizia sul pellicano e si attengono soprattutto alle notizie riportate nel Fisiologo.

Cecco d' Ascoli nell' Acerba[11] pur rimanendo fedele ai significati allegorico-morali legati alla figura di questo animale, e al filone legato al Fisiologo, cambia il modo in cui vengono uccisi i piccoli del pellicano: " Il policano col paterno amore/ tornando al nido fatigando l' ale,/ tenendo li suo nati sempre al core,/ vedeli uccisi dall' impio serpe/ e tanto per amor de lor li 'ncale/ che lo suo
lato fin al cor discerpe./ Piovendo 'l sangue sopra li suoi nati/ dal cor, che sente le gravose pene,/ de morti alla vita son tornati."[12] Avremo modo di parlare in seguito pel perché c'è un cambiamento così radicale nella morte dei piccoli del pellicano, che ha una forte connotazione simbolica e teologica.

Se il  Liber monstrorum[13] non parla del pellicano, un lungo discorso è presente nell' opera dell' abate Guillaume:[14] " Del pelican est grand merveille/ quer unques nule mère oelle/ N' aima tant son petit aignel/ Comme il fet son petit oisel./ Quant ses poucinetz à esclos,/ En eus norrit et char et os/ Met tot sa peine et sa cure./.../ Quer quant il sont norris
et granz/ Et auques sages et puissanz/ Si bèchent lor peres el vis./ Et tant lors sont et eschis,/ Que lor père de fin corroz/ Les ocit et les tue toz./ Au tiers ior vient le père à eus;/ Si les quenoist, pitié a d' eus/ Tant les aime d' amor parfaite./ Quand donc vient et si les visite;/ De son bec perce son coste,/ Tant qu' il en a del sanc oste;/ De cel sanc qui d' ilec est fors/ Lors ramaine la vie et cors/ A ses poucins, n' en doutez mie/ Et en tel sens les vivifie/.../ Dex est vrai péican/ Qui por nos trist peine et ahan/ oez que dist la prophécie/ Par le boen Prophete Ysaie:/ le engendre, fet damledeu, fiz;/ Quant les oi creuz et norris,/ Ils me depistrent et me hairent/ Et mes commendementes desfirent./ .../ Por nos péchiez mors estions/ Quant au Père pitié en prist./ Nostre verai Deu Ihesu-Crist/ Son chier fiz, enveia en terre,/ Por fere pes de nostre guerre./ Dex devint hom por nos péchiez/ Circuncisis et baptisiez,/ et por nostre salvation/ Soffrit torment et passion,/ Prendre se lessa et tenir./ .../ Et clouficichier et piez et mains./ Le Sauveor, de pitié plains,/ Se laissaférir el costé;/ Si savons bien, de vérité,/ Que li sanc et l' ève en issit./ Par cest sanc sommes toz gari,/ Par cest sanc nos racheta vie/ Et nos osta de la baillie/ Du felon qui a nom Sathan./ Dez qui est verai pelican/ nos raient en itel manière/ Comme la gent qu' il out
moult chière.
"[15] 

Nell' Europa cristiana il pellicano è arrivato la prima prima volta tramite il Fisiologo, ed è sempre stato emblema del Cristo. In Grecia questo animale è chiamato Pelekos da pelekus, che significa scure. Infatti, se si nota l' apertura dello smisurato becco, questa rassomiglia alle antiche scuri. Senza fare riferimento al simbolismo cristologico di questo animale Isidoro[16] ci dice: " Pellicanus, avis Aegiptia, habitans in solitudine Nili fluminis, unde et nomen sumpsit; nanc Canopus Aegiptus dicitur. Fertur, si verum est, eam occidere natos suos, eosque per triduum lugere, deinde seipsam vulnerare, et aspersione su sanguinis vivificare filios."[17]

Come si è visto dai passi sopra riportati, il pellicano è simbolo di purificazione ed in questo senso è emblema o allegoria del Cristo. Esso non ciba i propri piccoli con la propria carne o il
proprio sangue ma dona loro la vita per la seconda volta. Questo animale è spesso utilizzato dagli artisti per le loro raffigurazioni sia pittoriche[18] che scultoree.

Il pellicano è soprattutto emblema eucaristico, ma nei secoli successivi al Medioevo, in particolar modo durante l' Umanesimo ed il Rinascimento, è diventato, anche il simbolo della carità divina, fino a divenire uno dei simboli del Compagniaggio e della Massoneria[19].

Un' ultima osservazione va fatta sulla morte dei pulcini del pellicano. E' possibile che ad ucciderli
sia il serpente, nelle storie successive, al posto del padre, poichè col passare del tempo è sempre più forte l' immagine cristologica di questo animale e quindi  non è possibile che un' immagine del Cristo possa essere furiera di violenza e morte. In secondo luogo, se il pellicano è il Cristo e i piccoli sono gli uomini è dilaletticamente e simbolicamente giusto far morire i piccoli del Pellicano-Cristo per ' mano ' di Satana il serpente. Il serpente uccidendo i pulcini-uomini permette due cose: in primo luogo da la prova provata della debolezza degli esseri umani. In secondo luogo nel momento stesso della morte dei piccoli da la possibilità a trascendente di intervenire e resuscitare le creaure morte, in modo che ciò che è scritto nelle profezie e nei salmi si possa avverare.

Michele Leone


[1] Anonimo, Il Fisiologo, a c. di Francesco Zambon, Adelphi, Milano 1993, pg. 43.
[2] Thaun de Philippe, Bestiaire, sta in: Bestiari Medievali, a c. di L. Morini, Giulio Einaudi editore, Torino 1996.
[3] Thaun Philippe de, Op. cit. pg. 233.
[4] Mentre nel Fisiologo è la madre ad uccidere i piccoli, in quest'opra come in altre sarà il padre. Si suppone che il cambiamento tra padre e madre sia dovuto ad errori di trascrizione. Per un maggiore approfondimento si rimanda alla nota 83 a pg.284.
[5] Thaun Philippe de, Op. cit., pg. 237.
[6] Gervaise, Bestiaire, sta in: Bestiari Medievali, a cura di L. Morini, Giulio Einaudi editore, Torino 1996, pp. 337-339.
[7] Anonimo, Libro della natura degli animali, a c. di L. Morini, Giulio Einaudi editore, Torino 1996, pp. 454-455. ( da ora quest' opera verrà chiamata Bt in quanto è anche detta Bestiario Toscano).
[8] Anonimo, Op. cit., pg. 454 - 455.
[9] Anonimo, Bestiario moralizzato, sta in: Bestiari medievali, a c. di L. Morini, Giulio Einaudi editore, Torino 1996, pp. 513.
[10] Anonimo, Bestiario di Cambridge, Trad. it di S.Ponzi, Intr. di F. Zambon, Pres. di U. Eco, Franco Maria Ricci editore, Parma-Milano 1974, pp. 160-161.
[11] Ascoli Cecco d', L' Acerba, sta in: Bestiari Medievali, a c. di L. Morini, Giulio Einaudi editore, Torino 1996, pp. 584-585.
[12] Ascoli Cecco d', Op. cit., pp. 584-585.
[13] Anonimo, Liber monstrorum, Intr.,  ed., vers. e comm. di F. Porsia, Dedalo Libri,     Bari 1976.
[14] Guillaume, Le Bestiaire divin de Guillaume, clerc de Normandie, Ediz. di C. Hippeau, Caen, Hardel, 1852.
[15] Del pellicano è grande meraviglia/ Poiché mai una pecorella/ Amò tanto il suo agnellino/ Quanto il pellicano amò il suo uccellino./ Dopo aver fatto schiudere i suoi pulcini,/ Nel nutrirli in carne ed ossa/ Egli mette tutta la sua cura e la sua fatica/ .../ Poi, quando essi sono cresciuti e grandi/ Ragionevoli e potenti/ Colpiscono il padre col becco alla testa./ Ed allora sono felloni e cattivi,/ Tanto che il loro padre alla fine offeso/ Li colpisce a morte e li uccide tutti./ Al terzo giorno il padre torna a loro/ Li riconosce, ha pietà di loro/ Tanto li ama di perfetto amore./ Viene dunque e li visita;/ Poi con il becco si ferisce al fianco/ tanto da farne uscire il sangue;/ E con il sangue che da lui sgorga/ Egli riporta la vita nei corpi/ dei suoi pulcini, non dubitate./ ed in questo modo li vivifica./ .../ Iddio è il vero pellicano,/ Che per noi ha sopportato pena e fatica./ Ascoltate ciò che dice la profezia/ Del buon profeta Isaia:/ Ho generato, dice il Signore Dio, dei figli;/ Dopo averli nutriti, Mi hanno disprezzato e mi hanno odiato/ ed hanno violato i miei comandamenti/.../ Eravamo morti a causa dei nostri peccati/ Quando il Padre ebbe pietà di noi./ Il nostro vero Dio Gesù Cristo,/ Suo diletto figlio, inviò sulla terra/ Per pacificare la nostra rivolta./ Dio divenne uomo a causa dei nostri peccati/ Fu circonciso e battezzato,/ E, per la nostra salvezza, Soffri i tormenti della Passione, Si lascio prendere prigioniero./ .../ Ed inchiodare i piedi e le mani./ Ed il Salvatore pieno di pietà/ Si lasciò colpire al costato;/ E noi sappiamo in verità/ Che ne uscì sangue ed acqua./ Attraverso questo sangue siamo tutti guariti;/ Questo santo sangue riscattò la nostra vita/ E ci ha strappato dal potere/ Del fellone che ha nome Satana./ Dio, che è il vero Pellicano,/ Ci ha riscattati in questo modo,/ Come la famiglia che ha lui è più cara.
Guillaume, Op. cit., pp. 207-210.
[16] Isidori Hispalensis Episcopi, Etymologiarum sive Originum libri XX, P.L. 82; 462
[17] Il pellicano è un uccello dell' Egitto che abita in solitudine il fiume Nilo, da cui ha preso il nome, poiché Egitto è detto Canapos. Si dice che esso uccida i suoi pulcini e li pianga tre giorni. E dopo si procura una ferita e grazie all' aspersione del suo sangue, i piccoli rivivono.
[18] Esempio possono essere: un pellicano sulla croce dipinto su seta bianca, del secolo XV. Conservato al museo del Louvre di Parigi e Il pellicano sull' iscrizione della croce. Dipinto da Lorenzo di Giovanni nel XV secolo, oggi conservato nella Galleria degli Uffizi a Firenze.
[19] E' interessante notare che nell' iconografia massonica il pellicano si becca sulla parte sinistra del corpo, anzichè sulla destra. Sarebbe utile uno studio sull' argomento in particolare e più in generale uno studio su come la Massoneria ed altre associazioni di Compagnaggio utilizzino e cambino simboli propri del cristianesio ed altre religioni.

lunedì 27 maggio 2013

MERAVIGLIOSO O FANTASTICO? L'immaginario nella letteratura Medievale Parte II

La seconda ed ultima parte del post iniziato sabato.

Passando velocemente ad una breve osservazione di Rossana Brusegan sui Fabliaux francesi medievali, si noterà come anche in queste brevi storie il ricorso al meraviglioso è quasi inevitabile: "Realtà e irrealtà si fondono infatti in iperrealismo nell'atmosfera notturna delle notti d'inganni, negli effetti fantastici-mostruosi della descrizione del villano carico di vits e della moglie di cons presi in una priapica metamorfosi, nella minuziosa descrizione dei membri entro la cornice evanescente del folle sogno, in quella delle morti cruente da Grand Guignol dei preti portati a seppellire da Estormi, negli effetti grotteschi della finta morte del villano di Bailluel. Quello che importa è lo stupore, la meraviglia e la sorpresa".[1]
Sul concetto di meraviglioso come altro e come qualcosa che rimanda ad un passato troppo lontano per dare dimostrazione di ciò che esisteva nuovamente il pensiero di Poirion potrà esserci d'aiuto: "Il meraviglioso è dunque legato alla stranezza di un desiderio, in quanto timore letterario ci rimanda a un desiderio di timore. Il ricorso ad una tradizione diversa permette di affrancarsi dalle norme morali, sociali o scientifiche. La stranezza del desiderio colto nella proiezione immaginaria del meraviglioso si confonde con la figura dell'altro, dello straniero, di una creatura venuta da un altro mondo, dall'Altro Mondo. In concreto, le forme del meraviglioso che si radicano nella nostra letteratura provengono dunque spesso dal di fuori e chi le indaga vi riconosce gli elementi di un sistema culturale diverso che si organizzano all'interno del nostro. Il meraviglioso spiega allora come la <<ricezione>> di un'altra cultura da parte della cultura comune di fronte alle manifestazioni di credenze diverse. Il meraviglioso infatti non si dà immediatamente come credibile, ma ci rimanda a un passato o a un altrove in cui quelle manifestazioni sarebbero state credute. Miti arcaici, mitologia antica, leggende celtiche si scontrano con altre figure considerate storiche. Il meraviglioso mette in risalto la differenza delle altre storie rispetto alla Storia".[2] Questo rimando del meraviglioso a qualcos'altro, lo troviamo per esempio in Isidoro di Siviglia[3], quando nei capitoli delle Etymologie dedicati a mostri, portenti e trasformati include esseri che fanno parte della mitologia classica.
"... Quando le metamorfosi delle forme e dello spirito scatenano la fantasia e l'immaginazione, ecco che ritroviamo il mostro e la bestia, le stesse divinità dell'Olimpo rivestono spesso un carattere selvatico, quasi animale. Con questo spirito vi ha generalmente attinto l'iconografia romanica. Il fenomeno ricompare nel Duecento e si sviluppa con il disgrgarsi del classicismo gotico. L'Antichità mostruosa si sostituisce progressivamente all'Antichità umanista. La mitologia moralizzata si snatura".[4] Il meraviglioso potrebbe essere il linguaggio, ermetico e limitato, della società medievale, atto ad esprimere i suoi sogni, i suoi desideri e le sue proteste.[5]
"Le pietre incise con queste effigi (mostruose) avevano indubbiamente dei poteri magici. Una forza sovrannaturale sgorga dallo spostamento, dalla ripetizione, dalla dilatazione mostruosa e dalla mescolanza delle forme viventi. Secondo il Blanchet, la parola 'accrescimento che accompagna un grillo e la frequenza delle teste d'ariete indicherebbero che questi amuleti avevano a che fare con la fertilità e la ricchezza".[6]
Per l'origine della parola meraviglioso Le Goff potrà esserci d'aiuto: "E poi, c'è il problema dell'etimologia. Con il termine mirabilia ci troviamo di fronte ad una radice mir (mirir, mirari) che comporta qualcosa di visivo. Si tratta di un guardare. I mirabilia naturalmente non sono solo cose che l'uomo può ammirare con gli occhi, cose davanti alle quali si spalancano gli occhi; originariamente, però, c'è questo riferimento all'occhio che mi pare importante,  in quanto tutto un immaginario può organizzarsi attorno a questo richiamo ad un senso, quello della vista, e attorno a una serie di immagini e metafore che sono metafore visive. Se pensiamo allo spesso citato libro di Pierre Mabille, Le Miroir du merveilleux (1962), siamo indotti a fare un accostamento particolarmente pertinente per l'Occidente medievale fra mirari, mirabilia (meraviglia) e miror (benché il latino abbia qui speculum, da cui l'italiano <<specchio>>; ma il francese ristabilisce le parentele) e tutto quello che un immaginario e una ideologia del <<miroir>>-specchio possono rappresentare... Una indagine sul meraviglioso nel mondo medievale non può trascurare l'apporto delle lingue volgari. Ancora una volta mi limiterò qui a un'osservazione molto semplice, ma fondamentale: quando le lingue volgari affiorano, e diventano lingue letterarie, il termine meraviglia compare in tutte le lingue romanze ed anche in inglese. Non esiste invece nelle lingue germaniche, dove il campo del meraviglioso si articolerà piuttosto attorno al Wunder".[7]
Bisogna tener presente un'altro elemento per tentare di comprendere la mentalità che è in grado di cogliere e far suo il meraviglioso, ovvero, la "nascita" nel Medioevo di un occhio e di un orecchio interni pronti a cogliere e comprendere la verità eterna, questi organi vedono e sentono, agiscono nel mondo delle immagini.[8]
Tra le varie immagini dobbiamo prendere in considerazione quelle che per questo studio sono fondamentali (Due sono i tipi di immagini che a noi interessano in particolar modo. Le prime sono quelle letterarie che possono essere viste solo con l'occhio dell'immaginazione da parte del lettore dei Bestiari e di altre opere del genere. Le seconde sono quelle che chiunque poteva e può vedere nelle sculture delle chiese o nei dipinti sacri e profani). "La rinascita dei cicli dell'inferno, delle creature deformi, degli esseri favolosi che si moltiplicano nei Bestiari, nei margini dei manoscritti o nella decorazione scultorea, e il reintegrarsi di tutto un mondo fittizio all'interno del mondo vivente, alterano l'unità dei temi e dei principi della prima fase di questa genesi. Essi fanno rivivere allo stesso tempo le fonti che hanno sempre alimentato le fantasie e le leggende: l'Antichità classica e l'Oriente."[9]


[1] AA.VV. Fabliaux. Racconti francesi medievali, A cura di R. Brusegan, Giulio Einaudi editore, Torino 1980, p. XIV.
[2] D. Poirion, Op. cit. pp. 4-5.
[3] Isidori Hispalensis, Etymologiarum sive Originum  libri XX, P.L.?
[4] Baltrusaitis J., Op. cit., pg,43.
[5] Cfr. Anonimo, Liber monstrorum, Intr., ed., vers., e comm. di F. Porsia, Dedalo Libri, Bari 1976, pp. 35 e ss.
[6] Baltrusaitis J., Op. cit., pg. 52.
[7] J. Le Goff, Op. cit. p. 6.
[8] Cfr. J. Le Goff. L'immaginario medievale, trad. it. di A. Salomon Vivanti, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1993.
[9] J. Baltrusaitis, Op. cit. p. 39.

Post in evidenza

Welcome http://micheleleone.it/

Ciao a tutti, oggi voglio segnalarvi la nascita del mio sito: http://micheleleone.it/ Spero di ritrovarvi numerosi su questa nuova piat...