Uno spazio in cui mettere come in un'agenda o una scatola appunti, idee, immagini e tutto quello che capita a tiro.. non mi interessa essere politicamente corretto o scorretto, sono ignorante e curioso, scientificamente ametodico, se troverai qualcosa di interessante ne sarò felice, altrimenti grazie lo stesso per essere passato.
A volte sembra che si possa accettare solo muniti di una ascia
bipenne. Quando si passa dalla teoria alla pratica il percorso diventa più
difficile. Quando le belle teorie si sostituiscono ad una realtà spesso putrescente
inizia il vero lavoro. Non basta accettare, la parola spesso tradisce più di
un’amante! come potrebbe essere diversamente? Come potrebbe essere innocente e
vera una parola che nasce da uno spirito inquieto che non accetta ciò che è? E
gli occhi che dovrebbero vedere fanno fatica a non distorcere quanto veduto e
tramutarlo in un consolatore vantaggio o in un incubo deforme. Eppure bisogna
accettare, ed anche in guerrieri più avvezzi alle battaglie devono fermarsi e
combattere la battaglia più dura, quella dell’accettazione di un giudizio, di
una scelta indipendentemente dal vero o dal falso, dal giusto o dallo
sbagliato. Accettare probabilmente significa farsi da parte, mettere da parte non
solo il proprio ego ed essere profondo, ma anche la volontà ed il desiderio;
sarebbe facile con volontà e desiderio compiere magie e cambiare destini come
corsi di fiume, ma è questa una delle vie per giungere a trasmutare il proprio
spirito e la propria essenza. Fare questo è un po’ morire, è la morte di un
seme in un terreno fertile, in primavera nascerà nuovamente.
Ajāpa:
il praṇava (la sacra sillaba om) interiore, avvertibile per mezzo del
japa (la ripetizione di un mantra); il suono interiore dell’om, il suono primordiale, la vibrazione
vitale che permea l’universo, che si fa evidente con la pratica spirituale.
I
frammenti di ciò che è sparso sono ovunque, non tutti hanno gli occhi, le
orecchie ed il cuore per raccoglierli nella propria interiorità e pazientemente
assemblarli alla guisa di un mosaico. La distinzione tra cultura, meglio, fra
tradizione occidentale ed orientale è data dalla limitatezza del punto di
osservazione, dalla incapacità di rischiare e incamminarsi sulla Via. La
Tradizione: è una, molteplici le sue manifestazioni per permettere alle diverse
incarnazioni di avvicinarsi alla Via. Che sia sud o nord, est od ovest poco
importa. E se si è ad occidente bisogna riuscire a trasmutare quanto vi è di
“utile per la cerca” in oriente e viceversa. Chi cammina nudo sui cocci od
attraverso i roseti, inevitabilmente avrà modo di esperire ferite e tagli,
inevitabilmente rischierà di pungersi con la rosa. Senza rosa, senza la
“puntura” della sua spina non si può essere nella Via. Non è sufficiente
attendere, bisogna saper attendere. L’attesa, da certi punti di vista paragonabile
al silenzio dei neofiti di molte scuole iniziatiche, non è una azione statica,
ma dinamica. Dinamicità che prevede l’uso della volontà, naturale conseguenza
del desiderio e della disciplina. Chi è nel mito è rito. Molteplici le strade da
seguire. Verso l’alto che è come il basso, verso l’esterno che è come
l’interno. L’interiorità spesso frammentata in molteplici parti. Alcune celate
perché l’individuo possa ricordare quanta oscurità regna nell’essere, per
ricomporre il puzzle, per ricomporre ciò che è sparso bisogna conoscere anche
quanto vi è di più orrendo, e giungere a quanto vi è di più atavico e
“originale”, bisogna sgrezzare ed eliminare ogni sovrastruttura consci che
queste unitamente a quanto è nascosto e dimenticato sono al tempo stesso limite
e protezione. Quanto
ha creato il manifesto e il non manifesto, ha generato secondo suono, numero e
parola a loro volta genitori di quel numero, peso e misura che si incontrano il
alcuni testi sacri o mitologici. La parola nella sua forma più debole
costituisce il mezzo per la comunicazione tra gli esseri umani, nella sua forma
più forte, più autentica, l’autenticità spesso è sinonimo di virilità, è una
delle manifestazioni della potenza pronta a tramutarsi in atto o semplicemente
a sancire. La parola in questa accezione muore a se stessa per diventare altro
da sé, suono o vibrazione.
Tutta
la terra aveva una sola lingua e le stesse parole. Emigrando dall'oriente gli
uomini capitarono in una pianura nel paese di Sennaar e vi si stabilirono. Si
dissero l'un l'altro: «Venite, facciamoci mattoni e cuociamoli al fuoco». Il
mattone servì loro da pietra e il bitume da cemento. Poi dissero: «Venite,
costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un
nome, per non disperderci su tutta la terra». Ma il Signore scese a vedere la
città e la torre che gli uomini stavano costruendo. Il Signore disse: «Ecco,
essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l'inizio della
loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile.
Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l'uno
la lingua dell'altro». Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi
cessarono di costruire la città. Per questo la si chiamò Babele, perché là il
Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su
tutta la terra. Genesi 11, 1-9
E’
forse questa la lingua? E’ forse un omaggio un tentativo di tornare a Migdol Bavel? No, bisogna tornare ancora
più indietro se si usa un sistema esistenziale e di pensiero di tipo
cronologico, bisogna danzare altre danze se si è più vicini al suono delle
stelle. Le culture, gli epigoni dei Padri, disperi nello spazio e nel tempo
hanno tentato di spiegare l’inspiegabile, alla meglio allo potuto indicare e
gesti e parole spezzate. Eppure della lingua, per il danzatore di Sophia, vi sono tracce e segni ovunque
nel cammino. Che essa assuma vari nomi è solo parte del gioco. Che essa sia
Lingua degli uccelli o Gaia scienza o lo schiocco della lingua in una delle
lingue dell’africa o la sacra sillaba fa poca differenza. Ovunque vi sono
tracce da seguire ed insegnamenti da prendere, in questo il silenzio del
neofita accompagna sempre i Maestri e gli occhi dell’infante sono i loro occhi.
Danzando senza pregiudizio, aprendo il cuore e gli stadi e “strati” dell’essere
si può arrivare a sentire il suono, la prima vibrazione. Parteciparne è un
“miracolo”, miracolo dinnanzi al quale bisogna farsi sacerdoti dell’unica
religione possibile (Religione non intesa come re-ligare ma come re-legere).
Quando si vuole andare
al cuore delle cose si è soliti dire “andare all’essenza”. Andare all’essenza
in una qualche maniera significa da un lato conoscere, dall’altro distillare il
segreto della cosa conosciuta*. Questa deriva dal latino “Essentia” che rimanda
a “essents” che ci porta ad “esse” ossia Essere, non basta “esse” rimanda alla
radice es che sta per esistenza; quindi avremo che l’andare all’essenza di una
idea o persona significa in una qualche maniera conoscere l’essere nel suo
principio vitale. Potremmo dire in estrema sintesi che chi è sulla via dell’amore
di Sofia cerca di conoscerla nella sua essenza. Coloro che si allontanano da
questa strada d’amore divengono inevitabilmente assenti, non a caso ad “esse”
che abbiamo visto sopra viene anteposta la particella “ab” nel senso di
allontanamento.
L’amore quello cantato
dal “romanzo della rosa” o da Dante solo per fare due esempi è un amore dei più
puri che spinge l’amante non solo verso la conoscenza ma, anche verso la vita.
Eviteremo il facile sillogismo che porterebbe alla conclusione che amare
significa vivere e conoscere la vita nella sua essenza. Ma prenderemo
questafrase come uno dei possibili assiomi
per i futuri discorsi sull’amore, che non ci scorderemo mai di ribadire essere
principio universale che tutto può. Al contrario coloro che non amano, coloro
che sono assenti nelle dinamiche amante amato sono destinati alle fredde
tenebre. Non a caso la particella “ab” che da il senso di allontanamento, di “repulsione”
allontanando dal principio vitale porta inesorabilmente verso la morte.
*In questa sede non è
opportuno soffermarci su questo particolare processo di distillazione, ma può
essere opportuno ricordare come nella farmacopea o nella preparazione dei
liquori alcuni preparati vengono chiamati essenza. Bisogna sempre sapere quando
è il caso di tagliare la testa e la coda di un distillato e quando no.
**Volendo si potrebbe
approfondire la differenza tra Essenza, Ousia e accidente. Non pensiamo che
questa ricerca di tipo tecnico-filosofico possa portare alla chiarificazione
dell’idea di amore e conoscenza ma, per certo potrebbe essere uno stimolo…
Se l’essere è io sono;
essendo divengo molteplice ed uno; nella molteplicità la quint’essenza dell’uno.
L’apparente mutazione dell’uno avviene solo nella limitata percezione dello
spazio e del tempo, le “catene” della materia sono viatico e condanna. Che
siano kundalini o sette gradini bisogna salire e scendere, girare il girotondo
sulla sfera dell’esistenza.
*
io inteso come individuo, o meglio come manifestazione dell’esistente in un
qualunque spazio, tempo o dimensione
Le poche righe che
seguono sono preparatorie ad un lavoro più ampio. In questo momento, non vi è
volontà se non accidentale di indagare sull’idea di Parola e Silenzio nella Massoneria,
ma di iniziare a tentare di inquadrare il problema in uno spazio più ampio e
con uno sguardo critico. Ad esempio le righe che seguono e il discorso che
verrà vogliono indirizzare al non utilizzo del termine parola in contesti “iniziatico-esoterici”
e comunque in quelle valli ove l’intelletto si spinge verso l’essere. L’essere per il momento è
volutamente minuscolo in quanto è prematuro interfacciarci con l’ESSERE.
Dal vocabolario Treccani:paròla
s. f. [lat. Tardo parabŏla (v. parabola1), lat. Pop. *paraula; l’evoluzione di sign. Da
«parabola» a «discorso, parola» si ha già nella Vulgata, in quanto le parabole di Gesù sono le parole
divine per eccellenza]. 1. Complesso
di fonemi, cioè di suoni articolati, o anche singolo fonema (e la relativa
trascrizione in segni grafici), mediante i quali l’uomo esprime una nozione
generica, che si precisa e determina nel contesto di una frase.
Se mettiamo un attimo
da parte la definizione vediamo che la paròla è relativamente giovane e
mantiene la sua forza vitale nel senso della parabola, infatti originariamente
questo era il senso, ovvero, un insegnamento e nei secoli per estensione e
divenuta la parola che di per se è insufficiente a se stessa in quanto ha
bisogno di altre parole per completare e rendere esprimibile un pensiero.
Un sinonimo di parola,
ormai non più in uso, ma strategico ai fini di questo discorso è verbo. Soprattutto
se prendiamo le accezioni che ad esso si riferiscono non tanto alla grammatica,
che poco interesse ha in questo viaggio, ma quelle di verbo inteso come verbum o meglio come Logos. Per ora prendiamo il Logos in
quanto Logos e non disperdiamo energie nella differenza che ci potrebbe essere
tra quello Eracliteo e quello Giovanneo. Il dire, l’esprimere non già un
qualunque pensiero, ma l’essere deve essere necessariamente vincolato ad una
forma espressiva basata sul Logos. Questo dire, nasce da una riflessione che è
duplice. In primo luogo l’essere che si ripiega su se stesso scendendo nella propria interiorità (v.i.t.r.i.o.l.)
prima di ascendere e in secondo luogo l’essere che si rispecchia e rispecchia
quello che è e che non può essere diversamente. Questa è una delle motivazioni,
se non la motivazione per cui nelle scuole iniziatiche veniva e viene imposto
ai neofiti il silenzio. Essi non posso ancora staccarsi dalla materia (metalli)
e collegare il loro essere al Logos, sono impegnati nel re-flectere ed a quello struere,
di cui ho detto altrove, che li impegna nella fase di distruzione prima ancora che
di costruzione.