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sabato 26 settembre 2015

Sulle qualità del Maestro

Quale è la qualità primaria di un maestro? Quale tra le varie caratteristiche deve avere un maestro per essere tale? Spesso e per consuetudine si identifica il maestro come il possessore di conoscenze, di qualità ed attributi da divulgare e trasmettere, non a caso almeno in contesti iniziatici sarebbe più opportuno utilizzare Traditor, nel senso di colui che trasmette.
Data questa asserzione, presa quasi come assioma vi è un aspetto sul quale spesso troppo poco si riflette. Il Traditor, è un ricercatore sia nel senso generico sia nel senso di “scopritore” di talenti  e qualità. Il Maestro è un osservatore di anime pronto ad individuare le più inquiete o le più “affamate” e dopo averle individuate si dona per la loro crescita, per permettere loro di camminare ed evolversi al meglio. Questa ultima affermazione merita una sintetica spiegazione onde evitare equivoci o fraintendimenti. Il meglio per il quale deve lavorare il Traditor, alla guisa di un genitore spirituale, è quanto è meglio per l’individuo che segue e a seconda dei contesti potrebbe essere discente, allievo o discepolo. Per fare questo, il maestro una delle sue principali qualità la così detta empatia (sensibilità nello stare vicini agli altri e coglierne le necessità più profonde) unita alla capacità di vedere ed immaginare come con il lavoro quanto è in potenza si potrà trasformare in atto. Il Traditor è uno “scopritore” di talenti che non si accontenta di trovare un tesoro, ma finita la fase preliminare della ricerca inizia a donarsi (e questo potrebbe essere il senso più intenso della trasmissione) e donandosi, nelle diverse forme, sostiene e nutre il soggetto a cui si dona per permettergli di percorrere la sua Via che seppur somigliante o tangente a quella del Maestro è sempre diversa ed unica. Egli ha un solo desiderio, vedere che il discepolo possa raggiungere vette a lui ignote, che possa migliorarsi e quindi migliorare l’Arte meglio di quanto abbia fatto lui.
Gioia – Salute – Prosperità
© Michele Leone

Immagini prese dalla rete


domenica 9 agosto 2015

Siva, la tradizione segreta, la montagna e la gnosi.

“Ora che l’umanità è quasi tutta fissata in concezioni di carattere dualistico, bisogna che la tradizione segreta non si interrompa”. Questo si proponeva il supremo Siva, allorché un giorno, mosso dal desiderio di soccorrere gli uomini, si chinò grazioso sopra Vasugupta in sogno e ne dischiuse l’intuizione. “Su questa montagna, in una grande roccia, è custodito l’insegnamento segreto. Dopo averlo penetrato manifestalo a quelli che sono atti a ricevere la grazia”. Vasugupta, risvegliatosi, si mise in cerca sino a che giunse al cospetto di questa grane roccia la quale, a conferma del sogno, al solo tocco della mano ruotò su se stessa. In questo modo entrò in possesso degli Sivasutrà, compendio delle dottrine segrete di Siva. Dopo averli penetrati fino in fondo li rivelò ai suoi degni discepoli, primo tra tutti Bhatta Kallata, e li riassunse nelle Spandakarika. (Vasugupta, Sivasutra, con il commento di Ksemaraja, trad. it. intr. e commento di Raffaele Torella, Ubaldini Editore, Roma 1979)
Se sostituissimo i nomi, che per l’occidente sono esotici con nomi più vicini al nostro immaginario, non sarebbe difficile far passare questo testo per un racconto medievale o anteriore. La vicinanza con lo Mazdismo o lo Gnosticismo possono essere evidenti. Questa, è solo una ipotesi, quasi un gioco. Il “mito” della montagna e di una o più pietre con su incisi, comandamenti, aforismi, epigrammi ecc., non è cosa nuova come non lo è la ricerca dell’unità che trascende i movimenti dualistici. Se i simboli della pietra e della montagna sono simboli Archetipici, senza voler entrare in questa sede nel significato attribuito al simbolo o a ciò che è archetipico è importante rilevare un elemento comune a molte culture, elemento che soprattutto in occidente e nella decadente cultura contemporanea è il grimaldello dei detrattori delle scienze ermetiche: il segreto.
            Il segreto, quello della Tradizione è un segreto che per sua natura non può essere svelato ma, al massimo tramandato. Coloro che sono chiamati a detenerlo, gli eletti, nel senso di scelti, hanno tutti superato delle prove od hanno delle determinate caratteristiche psichiche o animiche a seconda del vocabolario o della formazione culturale di riferimento. Detenere il segreto, che per estensione è segreto iniziatico, impone la sua penetrazione. Per penetrare il Segreto sono necessarie la coscienza, la consapevolezza, l’unione di quanto è frammentato nell’individuo (altrove tornerò a più riprese sul rapporto “erotico” tra maschile e femminile). Solo dopo aver compreso e compenetrato il segreto si assume una seconda obbligazione tradizionale, che non è come molti immaginano la sua custodia, ma piuttosto la sua trasmissione.
            Che si volga lo sguardo ad Oriente o ad Occidente, che si guardino le stelle o le profondità della coscienza/anima degli uomini, il segreto che si rischia di scoprire è così destabilizzante, che non può essere una via seguita dai più.
            In questi ultimi decenni, forse per coloro che camminano la Via, sono diminuiti i pericoli ma, per certo sono aumentate le difficoltà e le distrazioni.
Gioia – Salute – Prosperità
© Michele Leone

Immagini prese dalla rete




martedì 2 giugno 2015

Nota sul Viaggiare e la Lingua

Ajāpa: il praṇava (la sacra sillaba om) interiore, avvertibile per mezzo del japa (la ripetizione di un mantra); il suono interiore dell’om, il suono primordiale, la vibrazione vitale che permea l’universo, che si fa evidente con la pratica spirituale.

I frammenti di ciò che è sparso sono ovunque, non tutti hanno gli occhi, le orecchie ed il cuore per raccoglierli nella propria interiorità e pazientemente assemblarli alla guisa di un mosaico. La distinzione tra cultura, meglio, fra tradizione occidentale ed orientale è data dalla limitatezza del punto di osservazione, dalla incapacità di rischiare e incamminarsi sulla Via. La Tradizione: è una, molteplici le sue manifestazioni per permettere alle diverse incarnazioni di avvicinarsi alla Via. Che sia sud o nord, est od ovest poco importa. E se si è ad occidente bisogna riuscire a trasmutare quanto vi è di “utile per la cerca” in oriente e viceversa. Chi cammina nudo sui cocci od attraverso i roseti, inevitabilmente avrà modo di esperire ferite e tagli, inevitabilmente rischierà di pungersi con la rosa. Senza rosa, senza la “puntura” della sua spina non si può essere nella Via. Non è sufficiente attendere, bisogna saper attendere. L’attesa, da certi punti di vista paragonabile al silenzio dei neofiti di molte scuole iniziatiche, non è una azione statica, ma dinamica. Dinamicità che prevede l’uso della volontà, naturale conseguenza del desiderio e della disciplina. Chi è nel mito è rito.                     Molteplici le strade da seguire. Verso l’alto che è come il basso, verso l’esterno che è come l’interno. L’interiorità spesso frammentata in molteplici parti. Alcune celate perché l’individuo possa ricordare quanta oscurità regna nell’essere, per ricomporre il puzzle, per ricomporre ciò che è sparso bisogna conoscere anche quanto vi è di più orrendo, e giungere a quanto vi è di più atavico e “originale”, bisogna sgrezzare ed eliminare ogni sovrastruttura consci che queste unitamente a quanto è nascosto e dimenticato sono al tempo stesso limite e protezione.                                                    Quanto ha creato il manifesto e il non manifesto, ha generato secondo suono, numero e parola a loro volta genitori di quel numero, peso e misura che si incontrano il alcuni testi sacri o mitologici. La parola nella sua forma più debole costituisce il mezzo per la comunicazione tra gli esseri umani, nella sua forma più forte, più autentica, l’autenticità spesso è sinonimo di virilità, è una delle manifestazioni della potenza pronta a tramutarsi in atto o semplicemente a sancire. La parola in questa accezione muore a se stessa per diventare altro da sé, suono o vibrazione.
Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole. Emigrando dall'oriente gli uomini capitarono in una pianura nel paese di Sennaar e vi si stabilirono. Si dissero l'un l'altro: «Venite, facciamoci mattoni e cuociamoli al fuoco». Il mattone servì loro da pietra e il bitume da cemento. Poi dissero: «Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra». Ma il Signore scese a vedere la città e la torre che gli uomini stavano costruendo. Il Signore disse: «Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l'inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l'uno la lingua dell'altro». Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra. Genesi 11, 1-9
E’ forse questa la lingua? E’ forse un omaggio un tentativo di tornare a Migdol Bavel? No, bisogna tornare ancora più indietro se si usa un sistema esistenziale e di pensiero di tipo cronologico, bisogna danzare altre danze se si è più vicini al suono delle stelle. Le culture, gli epigoni dei Padri, disperi nello spazio e nel tempo hanno tentato di spiegare l’inspiegabile, alla meglio allo potuto indicare e gesti e parole spezzate. Eppure della lingua, per il danzatore di Sophia, vi sono tracce e segni ovunque nel cammino. Che essa assuma vari nomi è solo parte del gioco. Che essa sia Lingua degli uccelli o Gaia scienza o lo schiocco della lingua in una delle lingue dell’africa o la sacra sillaba fa poca differenza. Ovunque vi sono tracce da seguire ed insegnamenti da prendere, in questo il silenzio del neofita accompagna sempre i Maestri e gli occhi dell’infante sono i loro occhi. Danzando senza pregiudizio, aprendo il cuore e gli stadi e “strati” dell’essere si può arrivare a sentire il suono, la prima vibrazione. Parteciparne è un “miracolo”, miracolo dinnanzi al quale bisogna farsi sacerdoti dell’unica religione possibile (Religione non intesa come re-ligare ma come re-legere).
Gioia – Salute -  Prosperità
© Michele Leone

P.S. oggi niente immagini ma “qualcosa” da ascoltare durante la lettura.


sabato 20 dicembre 2014

Nota sull’apprendere e l’apprendista 0.1.1412


Più volte e in molti luoghi ci siamo soffermati sulla figura del Traditore o del Maestro. Oggi è nostra intenzione riflettere sul cosa sia essere Apprendisti.

Apprendista: colui che apprende. Solitamente si intende colui che intente apprendere un’arte od una professione.

Il dato per noi rilevante sta nell’apprendere: prefisso Ad (con senso intensivo o di movimento) più Prehendere (afferrare, prendere o impossessarsi). Se mettiamo da parte il prefisso avremo, prendere: “ridurre in proprio potere”. Quindi avremo un movimento per cercare di “ridurre in nostro potere” una qualche cosa. A questo punto possiamo provare a riformulare una definizione di Apprendista. L’Apprendista è colui che tenta di impossessarsi di qualcosa per “ridurla in suo potere.

Se diamo per vera questa ultima definizione, possiamo anche considerarla sufficiente? No. Abbiamo al massimo chiarito cosa sia il “mestiere” di colui che apprende ma, non abbiamo definito le esatte modalità con cui si esplica l’apprendimento. L’afferrare qualcosa implica almeno tre momenti imprescindibili:

1.      Il desiderio della cosa da afferrare o apprendere. Senza desiderio non è possibile iniziare il processo psico-fisico o della coscienza che porterà alla azione. Ma il desidero da solo non è sufficiente. Troppo spesso i desideri restano sogni irrealizzati. In realtà, almeno nella sfera all’interno della quale ci stiamo muovendo potremmo utilizzare appetizione al posto di desiderio. Qual è il processo che dalla sfera del desiderio o appetizione o potenza, può portare all’atto? La volontà.

2.      La volontà è il mezzo per cui ogni “entità autocosciente” compie o si predispone a compiere delle azioni.

La volontà nel dizionario di filosofia delle garzantine è così definita: attività propria dello spirito o della soggettività autocosciente. Con l’intelletto o ragione, occupa una posizione di assoluta preminenza tra le facoltà spirituali. Mentre nel dizionario di filosofia di Nicola Abbagnano viene così definita: Il termine è stato usato in due significati fondamentali: 1° come principio razionale dell’azione; 2° come il principio dell’azione in generale. Entrambi questi significati sono propri tuttavia della filosofia tradizionale e della psicologia ottocentesca, perché sono collegati con la nozione di facoltà o poteri originari dell’anima che si combinerebbero assieme per produrre le manifestazioni dell’uomo.

Non potendo dedicare in questa sede un giusto approfondimento della Volontà, possiamo però constatare che le tre definizioni di questa la legano in una qualche maniera alla sfera dell’agire. Ed è proprio l’agire il terzo momento imprescindibile dell’afferrare.

3.      Agire, attraverso la sua etimologia che potrebbe portarci a sanscrito e da qui ad una quantità importante di parole ed idee, deriva dal latino agere che sta a per spingere, portare avanti. Da questo spingere deriva il significato di compiere un azione. E’ l’azione il fatto fondamentale dell’afferrare dell’Apprendista, senza movimento (che di per se è una delle manifestazioni della vita o dello spirito erotico) non vi sarebbe un senso nel desiderare o nel volere.

A questo punto sembrerebbe chiaro il significato dell’essere Apprendista o dell’Apprendere e le implicazioni di queste due parole, invece la strada per cogliere a pieno l’apprendere è ancora lunga. Nelle prossime note continueremo ad approfondire il senso dell’apprendere. In particolar modo verificheremo in cosa consiste il “tentativo di impossessarsi” dato nell’ultima definizione. Dopo questo verificheremo cosa accade dopo la cattura…

Gioia – Salute - Prosperità

© Michele Leone 

Immagine presa dalla rete

domenica 27 aprile 2014

Corrispondenza Ermetica tra un Maestro e un discepolo


Ciao a tutti, sto lavorando su un vecchio manoscritto (è una raccolta di lettere di un Maestro ad un presunto discepolo) al momento attribuito ad un certo YiosEliotes, ma che probabilmente non è l'autore, ma solo un prosecutore. Vi riporto un passo che mi a colpito, nella speranza prima o poi di riuscire a finire l'intero lavoro.
"Non cessare mai l’azione del dubbio e dell’interrogarti, più dubiti e maggiormente lavora, solo il lavoro potrà portare pace nel tuo cuore, solo il lavoro potrà essere il viatico per placare le inquietudini del tuo spirito, solo il lavoro potrà forgiare la spada e le catene per il gli oscuri demoni che aleggiano nella tua anima. 
Non è il trionfo tramite l’uccisione che devi ottenere, il tuo compito il tuo scopo deve essere quello del dominio su di loro. Dominare i demoni alla guisa delle passioni, essi fanno parte del creato, come puoi tu oh creatura cancellare indelebilmente qualcosa del creato?"

tratto da 
© Corrispondenza Ermetica a c. di Michele Leone ©



mercoledì 26 marzo 2014

Nodi da slegare

Libertà, coscienza e sacrificio sulla strada del Magistero

Vi sono dei nodi, nella vita di ognuno, che prima o poi è necessario slegare. Non importa se essi siano di natura interiore, abbiano a che vedere con una situazione od un soggetto con il quale si è coinvolti per uno o più motivi per uno o più stati di coscienza od emozionali.
Se si ha la coscienza e la consapevolezza che l’ora è quella giusta e propizia bisogna operare la “slegatura”. Non importa quanto questa possa essere dolorosa (il parto non è esente da dolore) e non importa neanche quanto questo nodo possa appagare l’Io, l’Ego, il Se etc etc. La presa di coscienza della necessità di questo atto, deve inevitabilmente portare ad un’azione, azione che deve essere fatta come dono di libertà. Sciogliere un vincolo quasi alla stregua di un “mago” o di un “fisiologo” nell’accezione antica, è un’azione necessaria nel rapporto armonico Macro-Microcosmo. Sia ben chiaro non tutti i nodi sono da sciogliere, ma solo quelli che necessitano di questa azione.
L’atto di sciogliere il nodo è un atto sacrificale e di liberazione. E’ sacrificio non tanto per il senso figurato di questa parola che significa perdita, privazione alla quale ci si può abituare; lo è nel senso di rendere sacro di fare un dono “agli dei”. Sciogliendo il nodo ci priviamo di qualcosa per donarla con disinteresse, direi con amore, possibilmente senza aspettativa alcuna. E’ un atto di liberazione, perché se con il nodo  si è afferrato, preso o ci si è spinti sino a quell’abbraccio intimo che si potrebbe intravedere nella radice sanscrita lingami  che porta ad âlingâmi. Nello sciogliere il nodo, si facciamo un atto di liberazione, perché rendiamo libero/a la nostra essenza o ciò o colui che abbiamo legato; come dice l’etimo stesso della parola liber, rendere libero, affrancare da obbligo.
Non è facile sciogliere i nodi e potrebbe non esserci paga alcuna, ma coloro che sono sulla strada del magistero non possono esimersi da questa operazione. Come potrebbe mai un Maestro, tenere “morbosamente” attaccato a se un allievo? Come potrebbe tenere l’Amante tenere legato a se l’oggetto del proprio desiderio? (ed è indifferente che sia l’amore dei miti greci, quello stilnovista, cortese o tra due esseri umani) Chi è sulla strada, chi cammina a piedi nudi deve viaggiare senza bagaglio, forse un giorno nel suo peregrinare ritroverà quando ha reso libero…

Michele Leone

domenica 2 marzo 2014

La solitudine del maestro - Piccolo delirio sui grandi misteri

Non esistono scuole o percorsi che portano alla Maestria, perché i maestri veri non possono che insegnare a gesti ed a mezze parole e questo è un fatto ontologico indiscutibile. Mi tornano in mente le parole di Gioacchino da Fiore nella sua introduzione al trattato sull’apocalisse di Giovanni “Ma forse, giacché dico queste cose, io mi attribuisco una delle due eventualità, di modo che avrei la presunzione di arrogarmi il merito della scienza? Assolutamente no. Piuttosto io, che mi riconosco nell’una del tutto insufficiente, nell’altra temo molto il giudizio. Poiché, anche se non posso credere di essere sapiente, se non per stupidità, tuttavia non potrei scusarmi di ignorare ciò che sono tenuto a dire, se non per falsità. Parlerò, quindi, come potrò, nel caso contrario indicherò con dei cenni. E se non posso imitare gli uomini, imiterò l’animale senza intelligenza, o altrimenti l’uomo privo di parola, che a cenni va indicando ciò che ha visto.”[1].
Neanche l’etimologia della parola maestro ci è di aiuto se affrontata solo da un punto di vista intellettuale e razionale, anche se nell’origine è parte del segreto e nella parola nel verbo l’essenza e la forza; forza di fare o non fare, capacità di portare dalla potenza all’atto e nell’atto fecondare e rendere fertile la terra che porterà nuovi frutti. Ecco, tra le altre cose il maestro è un instancabile aratore e seminatore che non sempre vedrà i frutti del suo lavoro.
Il maestro vede più lontano o più in profondità solo perché ha più strumenti, od è sulla specola. Egli non è più grande o migliore ha solo consumato più a lungo i suoi sandali ed ha un maggior numero di calli.
Alla forza e non solo della parola il maestro coniuga la dolcezza ed il prendersi cura tipico del femmineo. In esso vi sono ampiamente sviluppate e due metà del cielo e diversamente non potrebbe essere, questa compartecipazione non fa di lui un essere confuso in quanto sa e manifesta ciò che è, questa compartecipazione potrebbe portarlo metafisicamente a divenire l’androgino del pensiero ermetico.
Ogni maestro diviene tale per una sua propria strada, non è possibile identificare una strada comune verso la vera Maestria, gli unici punti che potrebbero essere di contatto tra queste strade così diverse e così simili potrebbero essere la fatica e la rinuncia. Per fatica e rinuncia non bisogna intendere una qualche forma di nichilismo o delle influenze di una qualsivoglia religione rivelata; bisogna intenderle in senso neutro se non positivo. Qualunque atleta sa che per ottenere dei risultati deve “faticare” allenarsi e sforzarsi. La fatica è questo sforzo, questo impegno costante, questo allenamento per andare oltre, per superare quei limiti che non sono determinati aprioristicamente ma che egli percepisce come limiti ed in un qualche modo si sforza di superare. La rinuncia è un concetto difficile da esprimere. Perché ciò a cui rinuncia ogni potenziale maestro è diverso. Da certi punti di vista è al rinuncia alla compagnia, il maestro ed il potenziale maestro devono esperire nella solitudine degli stati di coscienza e dell’essere, alcune porte e soglie non possono essere aperte che da un unico individuo senza aiuto alcuno. Il maestro deve essere un viaggiatore senza bagaglio e deve in una qualche maniera essere pronto a lasciare quanto ha di caro nel materiale e nello spirituale. Da certi punti di vista, egli deve essere pronto alla morte, egli deve esperire la morte e le morti siano esse simboliche come nelle antiche iniziazioni siano esse psichiche o dell’anima. Il maestro in una qualche maniera è un ritornato dalla oscure lande. Non è uno spavaldo, anzi, egli teme e teme più di altri queste morti, ma sa che sono necessarie e le affronta con i propri mezzi e strumenti sapendo ogni volta che non tornerà mai più come prima, sapendo che potrebbe non tornare o tornare in forma “mostruosa” o “demente”.
La rinuncia, la fatica, la “necessità” della morte sono solo alcuni aspetti che si incontrano sulla strada della maestria e nessuno è mai pronto e sa quando gli si proporranno le situazioni in cui dovrà affrontare le prove per divenire maestro. Non è neanche detto che le prove possano riproporsi se non viste, non tutti hanno il privilegio di Parzifal! Non esistono collegi di maestri che chiamano aspiranti maestri, al più esistono comunioni di iniziati che chiamano altri a divenire iniziati, ma questo è un altro discorso.
I Maestri non si dichiarano mai tali, spesso soprattutto all’inizio del loro percorso non hanno la consapevolezza di poterlo essere, e se sanno di esserlo non agiscono mai nel loro interesse, ma solo per quello della causa o dell’individuo con il quale si rapportano.
Il maestro, per le sue possibilità indica, fornisce strumenti e supporta, aiuta più o meno da vicino. Il maestro si fa carico dei pesi ed aiuta a meglio trasportarli o lavorarli. Il maestro entra nell’altrui mare nero nella consapevolezza che potrebbe affogare. Alla fine il femmineo dei maestri, taglia gli eventuali cordoni ombelicali e permette a chi si è appoggiato al maestro di camminare lontano e saldo.
Questa è la solitudine del maestro, donarsi e ridonarsi in un infinito ciclo. E’ vedere crescere piante o foreste nei luoghi che ha frequentato. E’ vedere giovani intraprendere nuove imprese. E’ sorridere mentre scioglie legami. E’ tornare a sedere sulla sua specola e gioire per il lavoro fatto ed allo stesso tempo godere della inevitabile malinconia di un lavoro che finisce.
Il maestro in realtà non è mai solo, perché come madre feconda ha una moltitudine di figli che porteranno per il mondo ciò che egli ha trasmesso, come tutte le madri gioirà per questo ed allo stesso tempo ne soffrirà.

Michele Leone




[1]Gioacchino da Fiore, Sull’Apocalisse, tr. it. e a c. di Andrea Tagliapietra, Feltrinelli, Milano 1994, pp.                             131-133. 

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