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giovedì 5 novembre 2015

Appunti amorevol-teoretici di trasmutazione spirituale

A volte sembra che si possa accettare solo muniti di una ascia bipenne. Quando si passa dalla teoria alla pratica il percorso diventa più difficile. Quando le belle teorie si sostituiscono ad una realtà spesso putrescente inizia il vero lavoro. Non basta accettare, la parola spesso tradisce più di un’amante! come potrebbe essere diversamente? Come potrebbe essere innocente e vera una parola che nasce da uno spirito inquieto che non accetta ciò che è? E gli occhi che dovrebbero vedere fanno fatica a non distorcere quanto veduto e tramutarlo in un consolatore vantaggio o in un incubo deforme. Eppure bisogna accettare, ed anche in guerrieri più avvezzi alle battaglie devono fermarsi e combattere la battaglia più dura, quella dell’accettazione di un giudizio, di una scelta indipendentemente dal vero o dal falso, dal giusto o dallo sbagliato. Accettare probabilmente significa farsi da parte, mettere da parte non solo il proprio ego ed essere profondo, ma anche la volontà ed il desiderio; sarebbe facile con volontà e desiderio compiere magie e cambiare destini come corsi di fiume, ma è questa una delle vie per giungere a trasmutare il proprio spirito e la propria essenza. Fare questo è un po’ morire, è la morte di un seme in un terreno fertile, in primavera nascerà nuovamente.
Gioia – Salute –Prosperità
©Michele Leone  

Immagini prese dalla rete


giovedì 20 agosto 2015

Il girotondo incantato dell’essere. La macabra danza

Poi come di incanto, si la vita è un incanto un incantesimo che alle volte va preservato nella sua sacra magia ed alle alla guisa di catene, indipendentemente che tengano legati al cielo od alla terra,  a volte da spezzare,  non sempre può esservi dolcezza. Incantamento che può sorgere all’improvviso, una immagine, una nota, un ricordo, un’emozione non giustificabile razionalmente o un sorriso ed allora girando il caleidoscopio dell’esistenza, dei rimandi e delle liti tra conscio, inconscio, ego e il sorriso altro non è che la falce della danza macabra portata da Sorella, Madre, Amante Morte. Una falce pronta a raccogliere quanto si è seminato e bionde le chiome od il grano si equivalgono.
Millenni di stratificazioni, sono difficili da destrutturare per far nascere, ri-nascere l’essere che è custodito in ognuno di noi. E l’operazione è assai simile che si tratti di analisi, alchimia o “giochi” più seri. Non si può non essere “homo ludens”, diffidiamo da coloro che non sanno sorridere e da quanti ritengono il gioco qualcosa da fanciulli. Solo giocando e danzando sul filo di un rasoio o su di un prato in una fresca notte d’estate dopo la pioggia si può pregare la vera Preghiera. Non gli dèi dei padri, prima di pregare bisognerebbe purificarsi e ricercarsi e spesso le parole troppo fragili termini non possono esprimere la virilità di una degna giaculatoria a Maria, Iside o Sofia. Le immagini che senza sosta dovrebbero emergere ed immergersi dalla e nella coscienza, spesso sono troppo recenti ed abusate, una sola è l’ultima vera strada, l’ultimo e primo vero linguaggio, la vibrazione. In alternativa si può provare con l’amore.
Gioia – Salute – Prosperità
© Michele Leone
P.S. Le parole che possono essere riferite alla psicologia, sono usate non in senso psicologico o psicanalitico.

Immagini prese dalla rete (danze macabre)




venerdì 3 maggio 2013

Rito I

La parola rito deriva dal latino ritus che a sua volta trae origine dalla radice indeuropea riv che significa andamento disposizione usanza. Cito testualmente il DE Mauro:rìto,s.m. 1 l’insieme dei comportamenti e degli adempimenti, spec. organizzati in complessi cerimoniali che, diversamente formalizzati a seconda dei tempi e dei culti religiosi, regolano le manifestazioni, spec. collettive, della religiosità, nel momento in cui la sfera umana tende al congiungimento col divino: r.magico,d’iniziazione.
Più in generale il rito è l'insieme delle cerimonie e degli atti con cui ci si accosta al sacro. Questo insieme di azioni non possono essere variate secondo il capriccio di chi vi partecipa, devono essere ripetute “pedissequamente” e servono a tramandare usi, parole e legami col Sacro. Inoltre possiamo vedere nel rito un simbolo in azione (René Guénon).
Queste prime cognizioni sul rito sono già sufficienti a farci comprendere come il rito abbia a che fare con la sfera dinamica dell'azione e del fare. Coloro che partecipano ad un rito hanno un compito attivo e mai passivo anche se in alcuni casi, come nelle iniziazioni potrebbe apparire così.
La parola cerimonia deriva dal sanscrito kar-man azione, atto, pratica sacra, questa radice si collega al greco kra-ino compio, adempio, compimento di un'opera sacra. Possiamo definire la cerimonia come il complesso degli atti all'interno di un rito e nello specifico di un rito che ha a che vedere con il sacro.
Dopo aver chiarito almeno in parte il significato delle parole rito e cerimonia possiamo iniziare a cogliere come esse siano intimamente collegate e quale sia la loro funzione. Di solito il luogo deputato allo svolgimento di un rito è il tempio.
Cos'è un tempio? Il tempio nella sua radice indoeuropea tem significa spazio delimitato (consacrato agli dei). Quindi possiamo affermare che il tempio è un luogo separato dallo spazio – tempo che lo circonda all'interno del quale si svolgono riti e cerimonie. Separato da cosa e perché? Separato dal non sacro, il tempio è un luogo chiuso, delimitato, all'interno del quale si svolgono delle azioni. Il tempio deve essere separato dal non sacro perché al suo interno si svolgono tutte quelle operazioni, riti, che necessitano sia di un apposito luogo (non solo fisico), sia perché vi lavorano individui che dopo un'accurata preparazione psicofisica si accostano al sacro ed operano su se stessi e sul mondo ed essi circostante.
I riti possono essere molteplici, sia sacri che profani, da sempre, in qualunque latitudine e longitudine gli uomini hanno elaborato riti. Escludendo quelli di natura prettamente profana, vediamo che il Rito nasce da due necessità essenziali. La prima è quella di un contatto con il sacro, la seconda è quella della trasmissione. E' necessario che tutti coloro che partecipano al rito siano consci di questo, ma non basta. Non basta sapere che si celebrerà un rito per avvicinarsi al sacro e che durante lo stesso avverrà una trasmissione, necessita anche la consapevolezza di quanto si sta per compiere, l'esatta centratura delle coscienze. Compiere un rito, non è un gioco né un azione dilettevole, questo non vuol dire che non vi possano, o debbano essere serenità e giubilo. Un rito mal compiuto, o reso monco per superficialità, nella migliore delle ipotesi è inutile, se non addirittura dannoso per tutti coloro che ne fanno parte. Il rito essendo un'attivazione ed un collegamento con la Tradizione e la realtà sottile, smuove qualcosa all'interno di chi lo officia, e va da se che se viene eseguito con imperizia può smuovere ciò che non va smosso. Questo non deve preoccupare, anzi deve essere uno stimolo a lavorare con maggiore alacrità. Ma come si fa ad avere la consapevolezza di quello che si va a fare e la centratura della coscienza?
La consapevolezza si ottiene con il tempo, lo studio e con la riflessione su quanto si compie e si vive. La centratura della coscienza in un rito, di solito si ottiene attraverso le dichiarazioni di intenti che vengono manifestate durante l'inizio dei riti. Queste dichiarazioni possono sembrare scontate, poiché si presume che chi partecipa ad un rito già sappia dove si trova e cosa sta per fare, ma non lo sono perché servono ad attivare il processo di sacralizzazione e comunione per porre tutti i partecipanti nella miglior disposizione d'animo per vivere appieno quanto stanno per compiere.
La comprensione del rituale è fondamentale per poterlo vivere appieno ed averne gli effetti benefici di ritorno, eseguire un rituale come dei burattini non ha senso, e non è vivificante.
Il rito è uno strumento formidabile, il primo strumento esperito dagli iniziati ed è anche lo strumento più prezioso, senza di esso le scuole iniziatiche non potrebbero esistere. Uno dei nostri primi doveri è quello di difenderlo, tutelarlo e custodirlo con cura. Modernizzare un rito o peggio modificarlo sono delle tentazioni che posso venire alla mente, ed avere anche una qualche logica motivazione, ma il riuscire a farlo senza renderlo monco o farlo uscire dalla tradizione è un compito titanico ed improbo. Per rimaneggiare un rituale ci vogliono una conoscenza, consapevolezza ed coscienza iniziatiche che non a tutti sono date.
Il rito è un organismo e coloro che vi partecipano sono il pneuma dello stesso. Le parti del rito sono gli organi e tagliarne od ometterne una, anche quella che può sembrare più insignificante (esistono parti insignificanti?) compromette la vita stessa del rito e chi è in grado di assumersi la responsabilità di uccidere il rito e conseguentemente la tradizione? Lo stesso vale per coloro che partecipano al rito, sono essi il pneuma dello stesso e se operano svogliatamente o in modo incompetente (senza competenza) significa togliere l'aria, l'anima al rito e quindi ucciderlo.

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